Seta

Lorraine Hellwig, Nika Batista

Seta is the exhibition curated by RARE and designed to inaugurate the exhibition space inside the Filanda, which opens to the public on 16 May and continues until September.
The itinerary of photographs offers an immersive experience, where the projection of historical images, depicting the old factory, between past and present, focuses on work and the role of women.
Memory is the leitmotif of the exhibition, the dreamlike and historical dimensions support the evocation of the era of the spinning mill, through the ephemeral light of the projections that render a suggestion of the toil and resilience of the silk workers.
At the centre of the exhibition, amidst the tales and songs of the spinners, the sound of silkworms eating leaves takes up both a detail that emerges in many memories belonging to women who worked there at the time, and the literary reference to Ernest Hemingway’s work Insomnia: the sensorial and conceptual component of the installation takes on an even more dramatic tone thanks to the blending of all the sounds in the space, through a hypnotic rhythm, which insinuates itself into the visitors’ perception, evoking the time, work and sacrifice of the women who animated the spinning mill.
To complete the exhibition, a number of performances have been devised together with Gli Impresari collective, and Federico Primavera. Il Lanternista is a site-specific performance which reconstructs a visual imagery inspired by the history of the spinning mill, through the use of images on glass projected with 19th-century devices. The performance Sound Comments introduces an acoustic element in which the sounds produced by the insects are transformed into a live track, elaborated by a musician. The effect is an overlap between the echo of the past and a contemporary experimentation that amplifies the theme of memory and transformation.

Fulminaria

Fotografie su poliestere e PVC

300 × 400 × 400 cm

Prodotto da RARE

Come creare una verità? È ciò che accade o ciò che si sceglie di ricordare? È la somma dei fatti o la direzione che una vita avrebbe potuto prendere? Fulminaria nasce da queste domande, da una crepa tra documento e immaginazione, tra ciò che resta e ciò che avrebbe potuto essere. Con quest’opera, Lorraine Hellwig apre una breccia nel tempo e nello spazio della Filanda, per restituire voce e volto a una possibilità dimenticata: l’esistenza segreta di un collettivo di artiste attive tra le lavoratrici della filanda negli anni ’50.

Attraverso una struttura fotografica site specific, Hellwig costruisce un’architettura della memoria in cui biografia, politica e mito si intrecciano. L’opera è il risultato di un’indagine tra archivi frammentari, lettere, simboli ricorrenti, fotografie anonime. Ma è anche una narrazione alternativa, una storia parallela cucita negli interstizi della storia ufficiale. Fulminaria è, al tempo stesso, finzione e memoria. Non rivendica una verità assoluta, ma rende visibile una possibilità: che tra le pieghe egli intrecci del lavoro, tra i gesti quotidiani delle donne, potesse nascere un’utopia artistica e radicale.

Cinque figure emergono da questo universo ipotetico: voci diverse eppure affini, anime che attraversano la storia come linee spezzate eppure interconnesse. Scrivono, cantano, organizzano, coltivano, immaginano. Alcune innestano alberi come fossero sculture lente, altre traducono la fatica quotidiana in lettere mai spedite, in appunti condivisi, in gesti artistici che sfuggono ai nomi e ai canoni. C’è chi passa dalla filanda all’Internazionale Situazionista, chi anticipa gesti pittorici che altri firmeranno, chi aderisce a movimenti di lotta rivoluzionaria, chi scompare nei colli di Trissino portandosi dietro un’idea mai compiuta, chi scolpisce nel silenzio, trattenuta dalla cura e dal peso dei sogni riposti in un cassetto. Le loro storie non sono biografie compiute ma frammenti, echi, possibilità che si riflettono sulla superficie dell’opera come su una pelle sensibile. In Fulminaria, Hellwig non cerca una verità da restituire, ma evoca il potenziale di ciò che non è stato: una genealogia alternativa, una costellazione di esistenze parallele. Il collettivo immaginato diventa simbolo di sorellanza e resistenza silenziosa, desiderio di espressione in un contesto che non lo prevedeva. I segni stellari rintracciati in vecchie foto, lettere, graffiti assumono la forma di un codice di riconoscimento tra chi ha scelto di creare nell’ombra.

L’opera vive così in uno spazio ibrido, tra archivio e invenzione, tra documento e sogno. È una costruzione fragile e potente, un’architettura porosa dove ogni superficie trattiene la memoria di chi avrebbe voluto esserci. La fotografia diventa un varco temporale, una finestra attraverso cui guardare non il passato com’è stato, ma il passato com’era possibile. Come se il tempo stesso, per un istante, si fosse lasciato attraversare da un’altra storia. Fulminaria è una memoria alternativa, una sorellanza inventata e profondamente vera, una verità che non ha bisogno di accadere per lasciare una traccia.

Tutti i miei pensieri non sarebbero comunque abbastanza

Installazione e performance

Acciaio, tessuti, sabbia, sistema elettrico

Dimensioni: 7,10 × 4,55 × 1,90 m

Prodotto da RARE con il supporto tecnico
di Officine Bernardini

C’è un momento in cui un pensiero trema, silenziosamente, non abbastanza da farsi parola. Solo un tremore che attraversa la stanza, resta sospeso, poi scompare. Ma prima di svanire del tutto, quel pensiero sfiora le superfici, si intreccia alle trame, si aggrappa a ogni fibra. Rimane lì, dove nessuno può vederlo. Si mescola alla materia, alla sabbia che scivola lenta, tirata giù dalla gravità, tra le ombre che passano. Anche quando una persona non c’è più, anche quando il gesto si dissolve, quei pensieri restano. Non abbastanza pensiero, non abbastanza parola, non abbastanza movimento per arrivare davvero a svelare, raccontare, custodire ciò che è stato. La presenza dei tessuti maschili, scelti deliberatamente, costruisce una barriera simbolica e delicata. L’artista riflette sul peso storico dei poteri patriarcali che, nel tempo, hanno reso invisibili i lavori, i gesti e le presenze femminili, spesso sottovalutate. I tessuti, svuotati dai corpi, vibrano e rilasciano memoria, come involucri che conservano ma non possono contenere davvero la complessità delle vite che li hanno attraversati. In quest’opera, però, i tessuti non sono semplici elementi scenici. Sono stati smontati, aperti, manipolati per rivelarne le strutture interne: cuciture, imbottiture, fodere, tele di rinforzo, tutto ciò che normalmente resta nascosto alla vista. Ogni intervento compiuto sui materiali porta alla luce il lavoro invisibile che sta sotto ogni costruzione formale. È un atto di svelamento che riecheggia le vite e il lavoro delle donne storicamente confinate ai margini del racconto. Più e più volte, nella storia del contributo femminile alla produzione tessile, il loro apporto è stato essenziale ma spesso celato, cucito nell’ombra, dato per scontato. Si è disperso nelle trame invisibili dei luoghi e delle persone che hanno dato forma alla realtà. Ma i luoghi sono definiti dalle persone, e le persone custodiscono memorie. L’opera diventa così un atto di archeologia intima, in cui la materia si fa racconto e interrogazione delicata. Il ricamo, in particolare, assume un significato ulteriore: riflette una mappatura che l’artista ha tracciato dello spazio, basandosi sui segni lasciati sul pavimento dal lavoro nelle stanze della filanda. Ogni filo, ogni punto, diventa una linea di connessione tra passato e presente, trasformando il tessuto in una cartografia emotiva e storica. Il movimento dell’artista nello spazio, che si intreccia alla sabbia e al tremolio dell’installazione tessile, non è fatto solo di gesti fisici, ma è un tentativo di dare forma a pensieri che sfuggono, che si riversano nella memoria, nel lavoro, nelle relazioni che in silenzio hanno plasmato non solo le identità individuali, ma l’identità collettiva della comunità. I pensieri attraversano un tempo che non si può fermare, che sfoglia le vite come pezzi di tessuto, uno a uno. Li apre, li rivolta, ne segue le cuciture slabbrate, i bordi consumati, come se cercasse un filo da riannodare, o una storia da trattenere prima che scivoli via. Prima che il ricordo smetta di appartenere. I pensieri tornano, vorticano, si disperdono. Eppure restano, dentro ogni fibra, custoditi nel silenzio di ciò che ha avuto il coraggio di tremare. Invisibili e presenti, come tutto ciò che è stato vissuto profondamente senza essere mai del tutto compreso, lasciando una traccia, leggera come seta, dentro l’intreccio del tempo.

Il Lanternista

Performance per lanterne magiche, slides, suono

Il Lanternista è un’installazione performativa progettata attorno alla presenza materiale, e allo stesso tempo, alla parabola storica, della lanterna magica, dispositivo diffuso a partire dal Seicento, comunemente considerato precursore del cinema. La figura del lanternista, ovvero dell’individuo votato alla proiezione e alla diffusione delle immagini attraverso l’utilizzo della lanterna magica, si colloca come elemento di mediazione con il pubblico, per una riflessione sulla trasformazione radicale dei processi di trasmissione delle immagini, nonché delle evoluzioni tecniche e percettive della società contemporanea. Il collettivo, che al cuore della sua ricerca colloca l’interazione tra sviluppi tecnici e cultura visuale mediante un’indagine sull’archeologia dei media, porta l’attenzione sull’originaria dimensione materiale delle immagini, e consequenzialmente sulle implicazioni culturali e pratiche della loro mobilità attraverso il tempo e lo spazio, prima che queste abitassero una dimensione gassosa e delocalizzata. Nel contesto della Filanda, Il Lanternista acquista un ulteriore livello di lettura: le immagini proiettate, frutto di una ricerca iconografica e d’archivio sul lavoro tessile e la memoria dei luoghi, si intrecciano alla storia concreta dello spazio che le accoglie. La lanterna magica diventa così uno strumento per far riaffiorare frammenti visivi di un passato industriale e femminile, rianimando una memoria spesso marginalizzata o silenziata. L’ambiente stesso della Filanda, con le sue stratificazioni materiali, diventa parte integrante dell’esperienza performativa, attivando una riflessione sulla trasmissione del sapere, sulle immagini che resistono al tempo e sui corpi che le hanno rese possibili.

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